Scritto da Massimiliano Londei
Il 19 febbraio 2026 ho avuto il piacere di partecipare, su gentile invito dell’Ing. Federico Ferrini CEO di Techfem, allo Stakeholder Engagement Meeting aziendale.
Un momento di confronto autentico, non rituale. Un incontro in cui la sostenibilità non è stata trattata come adempimento normativo, ma come scelta strategica. E questo, per chi come me se ne occupa da trent’anni, fa la differenza.
Federico ha aperto i lavori con una riflessione molto concreta:
“Molte cose le facciamo già. Perché dobbiamo scriverle?”
La risposta è semplice: perché ciò che non si misura non si governa. E ciò che non si governa non diventa vantaggio competitivo.
Il Pacchetto Omnibus I: frenata o riequilibrio?
Partiamo dal quadro normativo.
Con la direttiva CSRD si voleva estendere l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità da circa 4.000 a oltre 40.000 imprese europee. Un salto enorme. Troppo!
Gli standard ESRS, tecnicamente solidi, sono però complessi. Anche per chi – come me – lavora su questi temi da tre decenni, l’impatto è stato evidente. Per molte imprese il rischio non era crescere, ma bloccarsi.
Il cosiddetto Pacchetto Omnibus I ha di fatto rivisto le soglie, alzando i criteri dimensionali (ad es. da 250 a 1.000 dipendenti). Una frenata? Io la definisco una correzione di traiettoria.
La sostenibilità non si ritira. Si riallinea alla competitività.
GRI vs ESRS: pro e contro senza ideologia
Spesso mi chiedono: meglio GRI o ESRS? La risposta è: dipende dall’obiettivo strategico.
Standard GRI
- Internazionali
- Flessibili e modulari
- Fortemente orientati agli stakeholder
- Ottimi per percorsi volontari
- Non perfettamente allineati al framework normativo europeo futuro
I GRI, se applicati bene, producono report concreti, leggibili, sostanziali. Non hanno nulla da invidiare agli ESRS in termini di qualità comunicativa e gestionale.
Standard ESRS
- Allineati alla normativa UE
- Integrazione con sistema finanziario europeo
- Obbligatori per chi rientra nei criteri
Il loro principale vantaggio oggi è l’obbligatorietà. Ma la compliance, da sola, non genera valore.
La domanda vera è: se non sei obbligato, li adotti per adempiere o per competere?
Geopolitica: la sostenibilità dentro la competizione globale
Viviamo un’epoca di instabilità strutturale. La competizione strategica tra Stati Uniti e Cina è esplicita e crescente. La globalizzazione arretra. Le politiche industriali diventano difensive.
L’Europa ha compreso che alcune scelte regolatorie hanno inciso sulla competitività. Ma attenzione: questo non significa che la sostenibilità sia meno centrale. Significa che deve diventare strumento di stabilità economica.
Prima l’equilibrio economico-finanziaria. Poi la sostenibilità. Ma senza sostenibilità, nell’attuale contesto economico, l’equilibrio economico-finanziario è meno solido.
Energia: autonomia significa margine
L’Europa non produce abbastanza energia rispetto a quella che consuma.
Investire in produzione di energia e in particolare in energie rinnovabili oggi significa:
- prevedibilità dei costi
- minore esposizione a shock geopolitici
- maggiore attrattività finanziaria
I capitali globali in Europa cercano progetti sostenibili. I fondi ESG in Europa esistono e sono ingenti. La produzione energia rinnovabile non è solo ambientale: è finanziaria.
In un mondo in cui un conflitto può far salire il prezzo del petrolio in pochi giorni, avere energia stabile significa proteggere il conto economico.
Demografia e lavoro: sostenibilità sociale come necessità industriale
C’è un tema che troppo spesso evitiamo: la demografia.
In Italia le donne in età fertile sono diminuite drasticamente negli ultimi anni. Questo significa meno forza lavoro futura. È un dato strutturale, non ideologico.
Senza politiche aziendali serie su:
- conciliazione vita-lavoro
- valorizzazione del talento femminile
- integrazione reale degli immigrati
non avremo abbastanza lavoratori.
La sostenibilità sociale non è filantropia. È sopravvivenza economica.
Materie prime ed economia circolare: protezione dei margini
L’Europa non ha energia sufficiente e non ha nemmeno materie prime critiche. L’economia circolare diventa quindi:
- riduzione della dipendenza esterna
- protezione dei margini
- stabilizzazione dei costi
Usare, riusare, rigenerare. Non è uno slogan green. È una strategia industriale.
La sostenibilità come stile di conduzione aziendale
E qui torno al punto centrale. La sostenibilità non nasce con una norma. È uno stile di gestione. Può essere una scelta etica. Certamente. Ma prima ancora è una scelta strategica.
Quando un’azienda europea integra la sostenibilità nel piano industriale sta:
- generando cassa
- proteggendo i margini
- riducendo i principali rischi
- attraendo capitali ESG
- attraendo talenti
e, come conseguenza, diventi anche un’azienda etica. Non il contrario.
Il messaggio emerso dall’incontro
Lo Stakeholder Engagement Meeting di Techfem ha dimostrato una cosa chiara: la sostenibilità, quando è autentica, è già dentro l’azienda. Il framework serve per misurarla, governarla e comunicarla.
In un contesto geopolitico instabile, la competitività è il vero faro ESG.
Chi usa la sostenibilità come leva strategica naviga meglio nell’incertezza geoeconomica. Chi la vive come obbligo rischia di subirla.
La differenza sta tutta qui.
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